Ippodromo Arcoveggio di Bologna
 

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Grande riunione primaverile 1923 La passione per le corse dei cavalli ha radici molto lontane, basta fare un tuffo nel passato e ricordare i memorabili tornei mediovali, rinascimentali. Verso la metà dell’800, da spettacolo di massa, le gare ippiche si apprestano a cambiare scenario spostandosi verso un altro palcoscenico con una diversa e non meno animata platea di intenditori e spettatori: quello delle piste e degli ippodromi spesso improvvisati nelle piazze d’armi e negli slarghi erbosi e poi, via via, sempre più attrezzati, fino a diventare veri santuari delle corse al galoppo e al trotto. In Italia, Bologna ricoprì, e tutt’ora ha un ruolo di protagonista grazie alla passione e all’alto grado di specializzazione dei suoi allevatori.
L’origine delle corse, intese in senso moderno, sotto le due torri è anteriore al giro di boa del secolo scorso. Prime ad affacciarsi alla ribalta furono quelle al trotto che ebbero come teatro il parco della Montagnola.
Il più vecchio programma ufficiale delle competizioni al trotto a Bologna è quello della “corsa a sedioli” svoltasi alla Montagnola nel pomeriggio di domenica 20 settembre 1846. Vi presero parte nove concorrenti divisi in tre batterie. Non tutti i cavalli avevano un nome. Molti erano indicati solamente con i connotati esteriori o propri della razza: morelli, bai, storni.
Nella lunga storia del trotto bolognese il periodo che va fino al 1876 rappresenta la fase più schiettamente pioneristica, quella in cui le corse andavano lentamente, ma progressivamente affidando la loro regolamentazione e perdendo quel vago sapore paesano, a mezza strada tra lo spettacolo circense e la sagra popolare, che le aveva in precedenza contraddistinte.
Inizialmente erano in calendario due giornate di gare all’anno, aperte ai cavalli di ogni razza ed età.
Trottatore pronto per la corsa (1850) La distanza da percorrere era di 2.268 metri, corrispondente a quattro giri di pista della Montagnola.
Ad ogni gara erano iscritti nove cavalli divisi in tre batterie. I vincitori di ogni batteria disputavano tra loro la bella per l’aggiudicazione dei premi.
Le gare erano disciplinate sulla base del regolamento del 9 gennaio 1868 redatto dai rappresentanti delle società ippiche e dei municipi italiani e approvato dal ministero dell’Agricoltura e Commercio.
Le iscrizioni si ricevevano tre giorni prima delle riunioni presso la sede della società delle corse nelle sale superiori del celebre “Caffè dei Cacciatori”, situato in via Rizzoli di fronte alle due Torri e demolito nel 1916 per lavori di ampliamento della strada.
I cavalli iscritti erano obbligati a presentarsi il giorno precedente la riunione per sottoporsi ad una prova del percorso al fine di selezionare quelli ammessi alla gara fino ad un massimo di nove.
All’inizio delle corse si procedeva alla formazione delle batterie mediante estrazione a sorte.
Va inoltre ricordato che per rendere più brillanti le riunioni, era prevista la ripetizione delle gare fra i vincitori delle varie batterie con in palio una bandiera d’onore.
Il 15 agosto 1876 segna una tappa fondamentale per la storia dell’ippica felsinea: la data di nascita della “Società bolognese per le corse al trotto”. Mutati ormai i tempi c’era bisogno di un organismo in grado di offrire tutte le garanzie tecniche e finanziarie per l’allestimento di qualificate competizioni trottistiche e soddisfare così le esigenze di una schiera sempre più folta di utenti.
Presidente ed animatore instancabile della nuova società trottistica fu il capitano Giuseppe Ballarini, una delle figure più dinamiche e qualificate dell’ippica italiana e soprattutto del trotting, come si diceva allora. A lui si deve anche la stesura del regolamento delle gare, adottato in seguito da altre società italiane.
Dopo sei anni di intensa attività la “società bolognese per le corse la trotto” nel 1882 si sciolse per dar vita, l’anno successivo, ad un nuovo organismo che ricalcava il precedente, sia come scopi che come staff direttivo. Quale presidente venne rieletto l’instancabile Ballarini e nessun mutamento si verificò nelle altre cariche sociali.
Accanto all’attività ippica la Società trottistica bolognese si rese benemerita per alcune altre iniziative a livello nazionale, tra cui, nel 1885, la fondazione della Consociazione Ippica Italiana con sede a Bologna, divenuta poi nel 1986 Unione Ippica Nazionale spostando la sede a Roma, che impresse un indirizzo comune alle varie società operanti nel settore e garantì un’uniforme regolamentazione delle corse.
Nuovo ippodromo dell'Arcoveggio Essa provvide pure a rendere più agevole la pista della Montagnola, non riuscendo però ad eliminare il difetto maggiore,cioè la sua forma circolare. Per questo la Società pose allo studio il progetto di un nuovo moderno impianto ippico.
Ma soprattutto essa rappresentò un preciso e qualificante punto di riferimento per gli altri sodalizi trottistici italiani che modellarono la loro azione sull’esempio bolognese.
Ormai l’Emilia Romagna era la “Culla del Trotto”: oltre ad allevare più puledri di tutte le altre regioni possedeva anche le “scuole” più importanti di dirigenti e guidatori, poi trasmigrati al nord ed al sud, per dare un’impronta decisiva ad altri ippodromi .
Alla Montagnola si sostituì l’ubicazione delle corse ai Prati di Caprara ma dopo pochi anni finalmente Bologna ebbe il suo primo vero ippodromo: nel 1988 infatti la Famigli Zappoli realizzò quello che per quarant’anni fu il centro delle corse al trotto bolognesi, l’ippodromo Zappoli.
La passione dei bolognesi per l’ippica e specialmente per il trotto e l’impegno degli allevatori dell’aria che gravitava attorno al capoluogo emiliano giustificavano pienamente la nuova realizzazione sportiva.
Bologna veniva così a disporre del più moderno ippodromo italiano.
La gara di maggior spicco dei primi anni di vita dell’ippodromo Zappoli fu certamente il Derby
Bolognese, diventato governativo nel 1891, che fece del capoluogo emiliano una delle stelle di prima grandezza del firmamento ippico nazionale.
Il merito della sua istituzione spetta ovviamente al dinamico capitano Balleri ed alla sua intelligenza ed entusiastica azione tesa alla valorizzazione ed alla specializzazione degli allevamenti e ad una sempre maggiore qualificazione delle corse al trotto.
.l’Ippodromo Zappoli, ormai diventato il tempio del trotto bolognese, si mantenne su soddisfacenti standard di attività anche agli esordi del nuovo secolo se pur con qualche pecca nell’impianto.
Col volgere del secolo la Società bolognese per il trotto aveva cambiato volto: il nuovo Presidente era l’Avv. Luigi Roffeni.
Nel 1911 e nel 1913 Bologna fu teatro di due importanti avvenimenti: il “Campionato italiano” per cavalli di quattro anni ed il “Gran Premio Allevamento” per i cavalli di tre anni.
Nel 1924 l’ippodromo fu venduto al comm. Gaetano Maccaferri, ma nel 1928, dopo quindi quarant’anni di attività, venne smantellato per far posto a nuovi insediamenti edilizi.
Bologna rimase per quattro anni senza corse, ma in questo lasso di tempo si individuò un’area per la costruzione di un nuovo ippodromo e si realizzò il progetto, con l’aiuto determinante del Comune.
Nel 1933 infatti l’Amministrazione Comunale acquisì direttamente l’ippodromo dopo il fallimento della Società Ippica Bolognese che lo aveva costruito ed inaugurato nel 1932.
Nasce così l’ippodromo dell’Arcoveggio, ancora oggi dopo oltre 80 anni “tempio” del trotto a Bologna.
Il Comune affidò l’ippodromo all’ANACT (Associazione Allevatori), la quale per l’organizzazione delle corse costituì un comitato, capeggiato da Enrico Masetti presidente della Cassa di Risparmio.
Nel 1943 l’Arcoveggio fu bombardato e vi furono due anni d’interruzione.
Nel 1946 ripartì così gestito dal Comitato Bolognese Corse al Trotto presieduto da Tullo Carli degli Angeli.
Nel 1949 il Comune affidò ancora ad un ente nazionale, l’Unione Ippica puntò sull’ing. Riccardo Grassi suo Vicepresidente.
Le tribune ed il parterre Dopo due anni di commissariamento (E.N.C.A.T.) l’ippodromo venne gestito dalla società APASI, una formazione di proprietari dapprima guidata dal marchese Cesare Bevilacqua Ariosti, poi dal Dott. Carlo Cacciari.
Nel 1958 assume la gestione dell’Arcoveggio, armonizzandola con quella dell’Ippodromo del Savio di Cesena, la Società Cesenate Corse al Trotto: è l’ing. Riccardo Grassi che si aggiudica l’asta indetta dal Comune di Bologna.
Oggi suo figlio ingegner Tomaso Grassi è alla guida della società. Appena subentrata la cesenate realizzò diversi lavori per migliorare gli impianti e si adoperò al rilancio negli ambienti trottistici internazionali, attivando e sviluppando il movimento generale di competizioni e di gioco, fino a farne uno dei maggiori ippodromi d’Italia, secondo soltanto a quello milanese.
Trascorsi ben ottant'anni di spettacolo all'ombra delle due torri, l'Ippodromo Arcoveggio conserva e rinnova inalterato il suo fascino.
Un'infinita serie di cavalli e guidatori campioni, prestigiosi gran premi, sono passati lasciando segni indelebili, da quel lontano 5 giugno 1932, che regalò a Bologna il suo più importante centro ippico.
Una storia che annovera tra ai suoi primatisti nomi leggendari come Crevalcore, Atollo, Delfo, ai quali si alternarono campioni americani, svedesi, francesi.
Molto più di un Ippodromo, l'Arcoveggio, è un luogo d'incontro unico, in cui convivono arricchendosi: cultura, storia, costume, tempo libero, passione, dedizione, mestieri nuovi e antichi.